Luci e ombre nella Valle della Caffarella

Negli ultimi tempi, complice la pandemia, ho cominciato a riscoprire alcuni luoghi vicini che forse avevo sottovalutato dal punto di vista fotografico.

E’ il caso della Valle della Caffarella, o più comunemente chiamata solo “Caffarella”, una grande area verde della Capitale che occupa lo spazio che si salvò dalla cementificazione del secondo dopoguerra. Situata tra la via Latina e la via Appia Antica e Pignatelli è una vasta area ricca di storia e bellezze naturali facilmente raggiungibile. La sua particolarità risiede nel fatto che non si tratta di un classico parco pubblico, ma di un vero e proprio esempio di quella campagna romana dove la presenza dell’uomo, i resti di importanti costruzioni di età romana e medievale, gli allevamenti di animali, la fauna selvatica e la vegetazione spontanea convivono da secoli in una certa armonia.

I miei ricordi si legano a questo luogo a partire dai primi anni ’80, quando con i compagni delle medie ci avventuravamo in quello che per noi era un luogo speciale che nascondeva segreti: in quegli anni c’erano delle grotte abitate da misteriosi personaggi, nelle quali ci potevi trovare persino i resti di una 500, ex cave di tufo riconvertite a fungaie nelle quali ci inoltravamo con un certo timore. L’esotismo era amplificato anche dalla presenza, come si raccontava, di sabbie mobili nelle zone umide lungo il corso del fiume Almone dove, sempre secondo la vulgata, un bambino di un’epoca imprecisata non trovò scampo essendone stato inghiottito inesorabilmente.  Infine c’era la “Grotta della Ninfa Egeria” un luogo magico e oscuro nel quale,  parzialmente nascosto dalla vegetazione e non  ancora recintato, ci entravamo fino ad arrivare alla fonte da cui sgorgava la limpida acqua della misteriosa divinità dei boschi.

Ora molto è cambiato: i luoghi selvaggi e deserti, dove pochi si avventuravano, sono ormai presi d’assalto da visitatori e runners, da gruppi di ciclisti e comitive rumorose, ma anche da solitari passeggiatori della prime ore della mattina che come me ricercano, forse, quelle atmosfere di un tempo. La Caffarella è stato anche il set di alcuni film importanti quali “La ricotta” di Pier Paolo Pasolini con, tra gli altri, un inedito Orson Welles. Ma ancor prima di Pasolini anche Fellini girò una scena, peraltro tagliata nella versione ufficiale, de “Le notti di Cabiria” in cui la protagonista, una indimenticabile Giulietta Masina, segue un misterioso personaggio che porta dei viveri agli abitatori, caduti in disgrazia, delle grotte della Caffarella.

I momenti migliori per fotografare questo luogo sono, a mio avviso, la mattina molto presto e dal tardo pomeriggio fino al tramonto. Quando il sole è ancora basso, infatti, la bellezza e il fascino di questo luogo avvolto da una leggera foschia che copre di rugiada la timida vegetazione primaverile vengono esaltati nelle immagini che ho ripreso in bianco e nero: il sole basso proietta le lunghe ombre di maestosi alberi, che ancora spogli, si stagliano in controluce sul cielo sereno. Ma anche l’ora poco prima del tramonto regala bellissime atmosfere, complice la luce radente che rivela, ad esempio, la struttura e le tracce delle “cannucce” usate per costruire la volta di un’antica cisterna romana in parte crollata.

Un luogo che offre sicuramente molti spunti fotografici di paesaggio e natura, da scoprire nelle diverse stagioni dell’anno e da frequentare assiduamente per scoprire ogni volta dei nuovi aspetti e delle nuove “visioni” fotografiche.

Per questi scatto ho utilizzato la Nikon D810 con le ottiche manuali Nikkor 24/2.8 AIS, 28/2.8 AIS, 35/2 AI, 50/1.2AIS, 85/2 AIS, 80-200/4.5 N AI e con le più recenti ottiche Nikon AFS 70-200/2.8 VR, AFS 20/1.8.

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